p 303 .
Paragrafo 8 . Una fragile ripresa economica.

La   maggiore   stabilit  politica  fu  accompagnata  dalla   ripresa
economica.  Il  tasso d'inflazione cal dal 16% del 1983  al  4,6  del
1987;  nello stesso periodo il prodotto interno lordo (PIL, il  valore
complessivo  dei beni e dei servizi prodotti) crebbe del  2,5%  annuo,
tanto  che l'Italia si colloc al quinto posto nella graduatoria delle
maggiori   potenze  industriali  dell'occidente,  dopo  Stati   Uniti,
Giappone,  Germania occidentale e Francia. Grande espansione  ebbe  il
mercato borsistico, in continua ascesa fino al 1986.

[Grafico non riportato: Tasso d'inflazione annuo in Italia dal 1948 al
1987].

Un  andamento cos positivo era il risultato di favorevoli circostanze
internazionali: la diminuzione del prezzo del petrolio e delle materie

p 304 .

prime,  derivante soprattutto dalla svalutazione del dollaro  e  dalla
superiorit  dell'offerta  rispetto  alla  domanda;  l'espansione  del
mercato   internazionale,  originata  dallo   sviluppo   dell'economia
statunitense e dal miglioramento di quella europea.
Determinante  fu  il contenimento del costo del lavoro,  dovuto  anche
alla minore incidenza della "scala mobile", a proposito della quale la
trattativa  fra  le controparti si svolse in un clima assai  teso.  La
lunga  e difficile vertenza, arenatasi agli inizi di febbraio 1984  in
seguito  ad  una  spaccatura tra i sindacati (CISL, UIL  e  componente
socialista  della  CGIL  erano  favorevoli  ad  un'intesa,  mentre  la
componente  comunista  della CGIL era contraria),  venne  risolta  dal
governo  Craxi il 14 febbraio 1984 con l'emanazione di un decreto  che
stabiliva  il taglio di tre punti di "scala mobile" ("decreto  di  san
Valentino").   La   decisione   governativa   suscit    scioperi    e
manifestazioni di protesta, che proseguirono per oltre un mese. Contro
il  decreto,  approvato dal parlamento nel giugno  del  1984,  il  PCI
promosse un referendum; questo si svolse un anno dopo e vide prevalere
i   voti   contrari   all'abrogazione.   Anche   la   ristrutturazione
dell'attivit   produttiva,  realizzata  specialmente   dalle   grandi
imprese,  consent una diminuzione dei costi di produzione.  Lo  stato
intervenne   in  vari  modi  a  sostegno  delle  imprese:   concedendo
finanziamenti e agevolazioni fiscali, assumendo gli oneri della  cassa
integrazione e creando posti di lavoro nel terziario pubblico in  modo
da assorbire la manodopera in esubero.
La  crescita produttiva fu per accompagnata dalla persistenza di vari
fattori  di  precariet e addirittura dall'aggravamento di  alcuni  di
essi.  Un ruolo determinante continu ad essere svolto dalle industrie
manifatturiere, che erano esposte alle oscillazioni dei  prezzi  delle
materie   prime   importate  e  alla  concorrenza   della   produzione
proveniente  dai  paesi del Terzo mondo avvantaggiata  dal  bassissimo
costo della manodopera.
Dal  1983  al  1987, proprio mentre grazie alla ripresa  economica  si
verificava una ingente accumulazione di denaro che avrebbe permesso un
miglioramento  dei  conti dello stato, il deficit  pubblico  pass  da
90.794  a 113.890 miliardi (nel 1988 salir a 125.445 miliardi,  quasi
pari al prodotto interno lordo). Una delle principali cause di un cos
rilevante   disavanzo  era  la  crescita  incontrollata  della   spesa
pubblica,   che   in   alcuni  settori,  in  particolare   in   quello
assistenziale,  era spesso legata a motivi clientelari.  Notevole  era
l'incidenza  dei finanziamenti concessi alle imprese private  e  degli
investimenti  nelle  aziende  statali. Elevate  e,  come  si  scoprir
qualche  anno pi tardi, spesso gonfiate da tangenti, erano  le  spese
sostenute  per  la realizzazione di opere pubbliche o l'erogazione  di
servizi.  L'emissione  di  titoli di stato in  grande  quantit  e  il
conseguente  pagamento  di  consistenti  quote  di  interessi  provoc
inoltre  un  vertiginoso aumento del debito pubblico,  che  pass  dai
456.031  miliardi  del  1983 ai 910.542 del 1987  (nel  1992  sar  di
1.569.000 miliardi e nel 1995 si attester sui 2.000.000 di miliardi).
Mentre  le  uscite  crescevano,  le  entrate  continuavano  ad  essere
inferiori  al  dovuto,  a  causa soprattutto  della  inefficienza  del
sistema  fiscale,  che favoriva un'elevatissima evasione,  diffusa  in
quasi tutte le categorie, fatta eccezione per i lavoratori dipendenti.
La  crescita  produttiva, dovuta ad ammodernamenti e ristrutturazioni,
determin  un  aumento dell'offerta di lavoro inferiore alla  domanda,
per  cui la disoccupazione sal dal 9,5% del 1983 al 12% del 1988.  Il
problema   era  particolarmente  grave  al  sud,  dove   i   rilevanti
finanziamenti pubblici, destinati in

p 305 .

gran  parte  alla  realizzazione di infrastrutture, privilegiavano  le
imprese destinatarie degli appalti piuttosto che favorire investimenti
produttivi;  cos,  mentre si lasciavano spazi al  clientelismo,  alla
corruzione  e  all'infiltrazione  della  criminalit  organizzata,  la
disoccupazione cresceva, raggiungendo il tasso del 21,3% nel 1988,  di
oltre 9 punti superiore alla media nazionale.
Il  sud  risult penalizzato anche nella distribuzione della ricchezza
nazionale; infatti, gran parte dei cosiddetti "poveri relativi", ossia
delle  persone costrette a vivere con la met del reddito minimo,  che
nel  1984 erano complessivamente 7 milioni e 263.000 e quasi 8 milioni
nel  1988  e  soprattutto anziani, disoccupati e pensionati,  vivevano
nelle regioni meridionali.
La  crescita  della  disoccupazione fu accompagnata  dall'aumento  dei
cosiddetti   "precari",   cio  di  quei   lavoratori   impegnati   in
un'occupazione  temporanea, quasi sempre mal  pagati  e  senza  alcuna
tutela.  Nel  corso degli anni Ottanta una parte crescente  di  questa
manodopera  venne  ad  essere  formata da  immigrati  extracomunitari,
provenienti dall'Africa, dall'Asia e dall'Europa orientale.
Significativa  fu  inoltre  l'espansione  della  cosiddetta  "economia
sommersa", cio di quell'insieme di attivit produttrici di beni e  di
servizi non dichiarate e quindi avvantaggiate dalla evasione fiscale e
dalla  possibilit  di utilizzare manodopera eludendo  ogni  controllo
statale  e  sindacale.  Il  fenomeno, tipico  del  nostro  modello  di
sviluppo,  interessa  in gran parte piccole imprese  che  lavorano  in
proprio   o  per  conto  di  aziende  maggiori,  impiegando   giovani,
lavoratori  a  domicilio o persone gi occupate, che accettano  questa
forma di "lavoro nero" per bisogno o per convenienza.
Il  controllo dell'attivit imprenditoriale privata continu ad essere
concentrato  nelle mani di pochi potentati, capaci  di  esercitare  un
ruolo  dominante  in pi settori, con una conseguente limitazione  del
pluralismo economico e della libera concorrenza. Le imprese  pubbliche
finirono  per essere spesso condizionate dai partiti, che se ne  erano
assicurata  la  gestione con una "spartizione" proporzionale  al  loro
peso politico.
